Ho 30 anni e sono solo 29 anni che trascorro le mie estati, e ogni altro momento possibile, in questa meravigliosa vallata.
Ho vissuto e viaggiato in diverse parti d'Europa. Ho incontrato città che sembravano non dormire mai, paesaggi che lasciavano senza fiato e culture capaci di sorprendermi. Eppure nessun luogo è mai riuscito a farmi sentire a casa quanto Sappada. Nemmeno il posto in cui sono nata e cresciuta, nei dintorni di Venezia.
Perché casa, per me, non è dove si vive. È dove ci si riconosce.
Qui ritrovo gli amici di sempre, ma soprattutto porto le persone che amo. È il luogo in cui scelgo di costruire i ricordi più belli. Ci ritroviamo con zii, cugini, nonne. Lasciamo il telefono nello zaino, dimentichiamo gli orari, il lavoro che ci rincorre, la scuola, gli allenamenti, le notifiche. Ci regaliamo il lusso più raro dei nostri tempi: esserci davvero.
E mentre noi ci prendiamo cura gli uni degli altri, la valle fa lo stesso con noi.
I boschi ci accolgono senza fare domande. Il torrente porta via il rumore che ci portiamo dentro. Il sole scalda senza chiedere nulla in cambio. Le montagne osservano in silenzio, pazienti, consapevoli che certe lezioni non si possono spiegare: si possono soltanto vivere.
La natura, qui, non fa da cornice. È la protagonista. È una maestra esigente, ma incredibilmente generosa. Ti insegna il rispetto senza alzare la voce. Ti ricorda che non tutto ci appartiene, che siamo ospiti e non padroni. Ti obbliga ad allenare lo sguardo: a distinguere un fungo da una foglia, le tracce degli animali, il cambiare delle stagioni, il profumo della pioggia che arriva prima ancora delle nuvole. Più impari a osservare, più ti accorgi di quanto la natura stia continuamente parlando. Siamo noi, spesso, ad aver dimenticato come ascoltarla.
Il mio primo ricordo qui racconta perfettamente tutto questo.
Ero al parco giochi vicino ai campi da tennis con mio fratello. Avevo un gelato in mano e la convinzione che quella fosse la più grande responsabilità della giornata. A un certo punto mio papà ci indica qualcosa tra l'erba. Era un porcino.
Per noi, però, i funghi esistevano soltanto già affettati nel piatto.
Io, che già da piccola avevo il talento di fare mille domande — e soprattutto di ripeterle finché non ottenevo una risposta — iniziai subito: «Papà! Papà! Cos'è quello?»
Lui, sorridendo: «Parla piano...»
Ma io non ero il tipo da lasciar perdere.
«Papà... papà... cos'è quello?»
Lui si china, continua a guardare il fungo.
Alla quarta domanda, probabilmente ormai rassegnato, mi risponde con la massima naturalezza: «Una cacca di mucca.»
Lo vedo raccoglierla con cura e infilarla nel mio zainetto.
Scoppio a piangere.
«Ma perché metti una cacca di mucca nel mio zainetto?»
Ancora oggi, quando ci penso, rido.
Senza saperlo, quel giorno mio papà aveva aperto una porta.
Da quel momento ho imparato a riconoscere i funghi, a camminare nel bosco con curiosità e rispetto, ad accorgermi che ogni stagione lascia un segno diverso sugli alberi, sul torrente, sui prati. Ho imparato che il bosco non è un posto da attraversare distrattamente, ma un mondo vivo, che si lascia conoscere solo da chi entra in punta di piedi. Ho imparato che la montagna non si conquista, si incontra.
Nelle camminate ad alta quota, lungo i sentieri che salgono verso le cime, ho scoperto il valore della fatica e della pazienza. Ogni passo verso l'alto è un dialogo con se stessi: il fiato che cambia, il corpo che chiede attenzione, la mente che impara a non avere fretta.
E forse è proprio questo che rende Sappada così speciale.
Questa montagna non cerca di piacerti. Non si mette in mostra. Non ha bisogno di conquistarti.
Lei resta lì, maestosa, autentica, a ricordarti quanto sei piccolo, quanto sei profondamente umano.
La sua bellezza è quasi prepotente. Ti costringe a fermarti. Ti guarda negli occhi e ti impedisce di continuare a correre. Ti restituisce il silenzio che avevi perso e, dentro quel silenzio, iniziano ad arrivare le domande giuste. Quelle che nella vita di tutti i giorni copriamo con il rumore.
Qui riesco a fare pace con ciò che non è andato come avrei desiderato. Con il tempo che passa. Con i miei limiti. Con i sogni che hanno cambiato strada. Qui ogni cosa ritrova la propria dimensione e il proprio posto, come se la montagna sapesse rimettere ordine con una semplicità che noi esseri umani abbiamo dimenticato.
Sappada mi ricorda quali sono i valori che contano davvero: il rispetto, la gratitudine, la cura, il tempo condiviso, la meraviglia.
E la connessione con la natura, allora, smette di essere una passeggiata nel bosco o ad alta quota. Diventa un dialogo. Più impari ad ascoltarla, più lei sembra raccontarti qualcosa anche di te. Ti insegna che la forza non è il rumore, ma la pazienza. Che la resilienza assomiglia ai boschi che affrontano il peso della neve d'inverno, alle rocce che resistono al tempo, al torrente che continua il suo viaggio senza mai smettere di cercare la propria strada. Che la libertà ha il suono dell'acqua che scorre.
Per questo penso che la montagna sia per i coraggiosi. Non perché richieda imprese straordinarie, ma perché chiede qualcosa di molto più difficile: il coraggio di rallentare, di guardarsi dentro, di accettare la propria fragilità, di lasciarsi cambiare.
Ogni volta che torno a Sappada, non porto a casa soltanto fotografie o ricordi. Porto a casa una versione di me un po' più autentica.
Ed è indubbiamente questo il dono più grande che questa valle, da ventinove anni, continua a farmi.
Ho vissuto e viaggiato in diverse parti d'Europa. Ho incontrato città che sembravano non dormire mai, paesaggi che lasciavano senza fiato e culture capaci di sorprendermi. Eppure nessun luogo è mai riuscito a farmi sentire a casa quanto Sappada. Nemmeno il posto in cui sono nata e cresciuta, nei dintorni di Venezia.
Perché casa, per me, non è dove si vive. È dove ci si riconosce.
Qui ritrovo gli amici di sempre, ma soprattutto porto le persone che amo. È il luogo in cui scelgo di costruire i ricordi più belli. Ci ritroviamo con zii, cugini, nonne. Lasciamo il telefono nello zaino, dimentichiamo gli orari, il lavoro che ci rincorre, la scuola, gli allenamenti, le notifiche. Ci regaliamo il lusso più raro dei nostri tempi: esserci davvero.
E mentre noi ci prendiamo cura gli uni degli altri, la valle fa lo stesso con noi.
I boschi ci accolgono senza fare domande. Il torrente porta via il rumore che ci portiamo dentro. Il sole scalda senza chiedere nulla in cambio. Le montagne osservano in silenzio, pazienti, consapevoli che certe lezioni non si possono spiegare: si possono soltanto vivere.
La natura, qui, non fa da cornice. È la protagonista. È una maestra esigente, ma incredibilmente generosa. Ti insegna il rispetto senza alzare la voce. Ti ricorda che non tutto ci appartiene, che siamo ospiti e non padroni. Ti obbliga ad allenare lo sguardo: a distinguere un fungo da una foglia, le tracce degli animali, il cambiare delle stagioni, il profumo della pioggia che arriva prima ancora delle nuvole. Più impari a osservare, più ti accorgi di quanto la natura stia continuamente parlando. Siamo noi, spesso, ad aver dimenticato come ascoltarla.
Il mio primo ricordo qui racconta perfettamente tutto questo.
Ero al parco giochi vicino ai campi da tennis con mio fratello. Avevo un gelato in mano e la convinzione che quella fosse la più grande responsabilità della giornata. A un certo punto mio papà ci indica qualcosa tra l'erba. Era un porcino.
Per noi, però, i funghi esistevano soltanto già affettati nel piatto.
Io, che già da piccola avevo il talento di fare mille domande — e soprattutto di ripeterle finché non ottenevo una risposta — iniziai subito: «Papà! Papà! Cos'è quello?»
Lui, sorridendo: «Parla piano...»
Ma io non ero il tipo da lasciar perdere.
«Papà... papà... cos'è quello?»
Lui si china, continua a guardare il fungo.
Alla quarta domanda, probabilmente ormai rassegnato, mi risponde con la massima naturalezza: «Una cacca di mucca.»
Lo vedo raccoglierla con cura e infilarla nel mio zainetto.
Scoppio a piangere.
«Ma perché metti una cacca di mucca nel mio zainetto?»
Ancora oggi, quando ci penso, rido.
Senza saperlo, quel giorno mio papà aveva aperto una porta.
Da quel momento ho imparato a riconoscere i funghi, a camminare nel bosco con curiosità e rispetto, ad accorgermi che ogni stagione lascia un segno diverso sugli alberi, sul torrente, sui prati. Ho imparato che il bosco non è un posto da attraversare distrattamente, ma un mondo vivo, che si lascia conoscere solo da chi entra in punta di piedi. Ho imparato che la montagna non si conquista, si incontra.
Nelle camminate ad alta quota, lungo i sentieri che salgono verso le cime, ho scoperto il valore della fatica e della pazienza. Ogni passo verso l'alto è un dialogo con se stessi: il fiato che cambia, il corpo che chiede attenzione, la mente che impara a non avere fretta.
E forse è proprio questo che rende Sappada così speciale.
Questa montagna non cerca di piacerti. Non si mette in mostra. Non ha bisogno di conquistarti.
Lei resta lì, maestosa, autentica, a ricordarti quanto sei piccolo, quanto sei profondamente umano.
La sua bellezza è quasi prepotente. Ti costringe a fermarti. Ti guarda negli occhi e ti impedisce di continuare a correre. Ti restituisce il silenzio che avevi perso e, dentro quel silenzio, iniziano ad arrivare le domande giuste. Quelle che nella vita di tutti i giorni copriamo con il rumore.
Qui riesco a fare pace con ciò che non è andato come avrei desiderato. Con il tempo che passa. Con i miei limiti. Con i sogni che hanno cambiato strada. Qui ogni cosa ritrova la propria dimensione e il proprio posto, come se la montagna sapesse rimettere ordine con una semplicità che noi esseri umani abbiamo dimenticato.
Sappada mi ricorda quali sono i valori che contano davvero: il rispetto, la gratitudine, la cura, il tempo condiviso, la meraviglia.
E la connessione con la natura, allora, smette di essere una passeggiata nel bosco o ad alta quota. Diventa un dialogo. Più impari ad ascoltarla, più lei sembra raccontarti qualcosa anche di te. Ti insegna che la forza non è il rumore, ma la pazienza. Che la resilienza assomiglia ai boschi che affrontano il peso della neve d'inverno, alle rocce che resistono al tempo, al torrente che continua il suo viaggio senza mai smettere di cercare la propria strada. Che la libertà ha il suono dell'acqua che scorre.
Per questo penso che la montagna sia per i coraggiosi. Non perché richieda imprese straordinarie, ma perché chiede qualcosa di molto più difficile: il coraggio di rallentare, di guardarsi dentro, di accettare la propria fragilità, di lasciarsi cambiare.
Ogni volta che torno a Sappada, non porto a casa soltanto fotografie o ricordi. Porto a casa una versione di me un po' più autentica.
Ed è indubbiamente questo il dono più grande che questa valle, da ventinove anni, continua a farmi.
Valentina